metafora

metafora
   metàfora
   (s.f.) Nelle teorie linguistiche classiche la metafora è un proble­ma di linguaggio per cui un'espressione linguistica (di solito letteraria o poetica) è caratterizzata da una o più parole che appartengono ad un certo contesto e che vengono impiegate al di fuori del loro uso conven­zionale per esprimere un concetto simile. Tuttavia la metafora può es­sere pensata non semplicemente da un punto di vista linguistico, quanto piuttosto come un problema di pensiero, cioè secondo una prospettiva cognitiva. L'idea che gli uomini abbiano la capacità cognitiva di con-cettualizzare il mondo in termini figurali non è nuova, e si ricollega al pensiero di alcuni autorevoli pensatori quali, tra gli altri, Giambattista Vico e Fiederich Nietzsche. Secondo Vico, infatti, la conoscenza non sta nella pura cogitatio ma anche nella capacità dell'uomo di produrre simboli e nella possibilità di questi simboli di trasformarsi in linguag­gio. Il discorso di Vico non è lontano dalla posizione di Nietzsche. In Darstellung der antike Rhetorik (in Fredrich Nietzsche, Werke, Bd. 4, Vorlesungsaufzeichnungen (WS 1871/72 - WS 1874/75), Bearbei-tet von Fritz Bornmann und Mario Carpitella, Berlino - New York, De Gruyter, 1995) Nietzsche scrive ad esempio che la retorica non è un artificio che si sovrappone alla lingua, è piuttosto vero il contra­rio. Per Nietzsche non esiste alcun "grado zero" del linguaggio, non esiste una naturalità non retorica di esso. La retorica nietzschiana si presenta nei termini di una abilità cognitiva che seleziona determinate forme attraverso le quali il mondo circostante viene definito. In altri termini l'apparato delle figure è la maniera autenticamente originale di significazione.
   Dopo la grande trattatistica del passato il tema della metafora ritorna con lo sviluppo novecentesco della linguistica e della filosofia del lin­guaggio, ambiti in cui si registrano orientamenti che privilegiano ora gli aspetti di deviazioni da una norma standard, ora il valore cognitivo. In realtà tale duplicità risale ad Aristotele, che ha inteso da un lato la metafora come scarto dall'uso comune, dall'altro come strumento co­noscitivo. Il tema dello scarto è stato ad esempio affrontato da Gérard Genette, che si è riallacciato a Du Marsais e soprattutto alla critica che ne aveva fatto Fontanier. Un modo del tutto particolare di intendere la metafora come scarto è rappresentato dalla retorica sviluppata dal Gruppo n dell'Università di Liegi, che ha fra i propri rappresentanti J. Dubios, F. Edeline, J. M. Klinkenberg, Ph. Minguet, F. Pire, H. Trinon. Secondo il Gruppo \i lo scarto non può essere considerato una devia­zione rispetto al "linguaggio quale ci è dato" (Gruppo \i 1976, Retorica Generale, Milano, Bonpiani: 50) ma rispetto ad un grado zero inteso come l'insieme degli enunciati ridotti ai loro semi essenziali; questi au­tori hanno inoltre distinto un grado zero assoluto da uno pratico. L'idea di grado zero del Gruppo di Liegi oscilla dunque fra una concezione sostanzialmente metalinguistica: il grado zero non esiste nella realtà ma è ottenuto per soppressione di semi essenziali; e una concezione pragmatica: il grado zero pratico. A partire dall'idea di grado zero ap­pena vista, essi intendono lo scarto come "un'alterazione riconosciuta
   del grado zero" (ib.: 60), un'alterazione che deve essere riconosciuta dal ricevente e su cui questi deve operare una riduzione. Posto che un discorso figurato consiste in una parte non figurata, o base, e in una par­te che ha subito lo scarto, l'operazione di riduzione è ottenuta tramite la presenza di un'invariante. Da questo punto di vista sembra dunque che la retorica si occupi dei cambiamenti creati dagli scarti, tali cambiamen­ti sono quelli che il Gruppo di Liegi chiama metabole. In questo quadro il Gruppo n ricorre alla semantica componenziale per definire la me­tafora come prodotto di due sineddochi (Retorica generale). Un'altra descrizione della figura come scarto è quella proposta da Albert Henry (1975, Metonimia e metafora, Torino, Einaudi), per il quale la metafo­ra è l'unione di due metonimie. Anche alla base di quest'idea vi è il concetto di scarto, infatti la metonimia trasforma i caratteri semici di un termine focalizzandosi su un sema e dimenticando gli altri. La me­tonimia opera su un solo termine, la metafora invece, che ugualmente sfrutta il principio della focalizzazione, opera su due termini provenien­ti da campi semantici diversi. In un contesto filosofico Ivor Armstrong Richards (1967, La filosofia della retorica, Milano, Feltrinelli) è sta­to fra i primi a rifiutare l'idea che una metafora sia una similitudine abbreviata, sottolineando l'impossibilità per il contenuto metaforico di essere espresso non metaforicamente: in altre parole, Richards nega che la metafora sia un semplice fenomeno di sostituzione. Per Richards la metafora è una terza cosa, l'interazione fra il pensiero di due cose diver­se. In tal senso la metafora non sostituisce nulla, in quanto il concetto espresso per suo tramite non può essere espresso in altro modo. Nella stessa direzione possiamo leggere anche il lavoro di Max Black (1983, Modelli, archetipi, metafore, Parma, Pratiche), per il quale la metafora ha la funzione di costruire una immagine del mondo e per questo non è sostituibile. In ambito ermeneutico Paul Ricoeur (1980, La metafora viva, Milano, Jaca Book), richiamandosi a Northrop Frye, critica il pre­giudizio positivista secondo cui la capacità di denotare apparterrebbe esclusivamente al linguaggio scientifico, sottolineando il carattere de­notativo del linguaggio metaforico. In questa direzione la metafora ha un suo valore di verità nel senso che essa è comunque esperienza della realtà, un'esperienza, sostiene Ricoeur, che non oppone più inventare e scoprire e che ridescrive la realtà "attraverso la deviazione rappresen­tata dalla finzione euristica" (ib.: 325). Dal punto di vista di Ricoeur dunque le figure, e la metafora in particolare, hanno un valore ben mag­giore del semplice scarto sintattico. È proprio per questo che Ricoeur non può far a meno di criticare la posizione di Jakobson non accettan­do l'estensione del processo di combinazione e di selezione, propri del paradigma e del sintagma, a quelli che sono i processi predicativi nella frase o nel testo perché "la contiguità metonimica appare molto diver­sa dal legame sintattico" (ib. 237). Inoltre, rispetto alla metafora, il processo di selezione-sostituzione, che per Jakobson costituisce l'esse­re della metafora, non coglie il carattere di interazione specifico degli enunciati metaforici, viene così "omesso il carattere predicativo della metafora" (ib. 237).
   Nell'ambito della Linguistica Cognitiva, infine, gli studi inaugurati al­l'inizio degli anni ottanta da Gorge Lakoff e Mark Johnson hanno con­tribuito a presentare la metafora come un fatto del pensiero e non del linguaggio. In altri termini "il luogo della metafora non è affatto il linguaggio, ma il modo in cui concettualizziamo un dominio mentale nei termini di un altro". La metafora viene considerata come un modo per strutturare i concetti che permette di comprendere astrazioni come "amore" o "amicizia" sulla base della nostra esperienza concreta e che orienta conseguentemente il nostro modo di agire. In questo quadro teorico con il termine "metafora" si intende dunque una "mappatura attraverso domini nel sistema concettuale" (ad es. LA DISCUSSIO­NE È UNA GUERRA, mediante la quale concettualizziamo il dominio di arrivo "DISCUSSIONE" mappandovi sopra il dominio di partenza "GUERRA"), mentre con la locuzione "espressione metaforica" ci si riferisce ad un'espressione linguistica (parola, frase, proposizione) che costituisce la realizzazione superficiale della mappatura attraverso do­mini concettuali (es.: "Le tue richieste sono indifendibili"). In Meta-phors We Live By Lakoff e Johonson distinguono diverse tipologie di metafora. La metafora strutturale è quella per cui un concetto viene strutturato nei termini di un altro, come in LA DISCUSSIONE è UNA GUERRA, IL TEMPO È DENARO o le tre metafore che strutturano il nostro modo di parlare dei linguaggi: "LE IDEE (O I SIGNIFICA­TI) SONO OGGETTI"; "LE ESPRESSIONI LINGUISTICHE SONO CONTENITORI"; "LA COMUNICAZIONE È L'ATTO DI SPEDIRE QUALCOSA". In questi casi la metafora non è questione di sole parole: essa struttura anche il modo in cui agiamo, ad esempio il nostro modo di discutere. Accanto alle metafore strutturali incontriamo le metafore di orientamento, che strutturano interi sistemi di concetti e che hanno a che fare con l'orientamento spaziale (ad es.: BUONO È SU). Con le metafore spaziali acquista importanza il ruolo del corpo perché esse so­no basate sull'esperienza corporea e culturale. Le metafore ontologiche riguardano invece l'esperienza degli oggetti fisici e delle sostanze che vanno al di là dell'orientamento spaziale: in questo caso le esperienze con oggetti fisici danno la possibilità di strutturare molti concetti che riguardano eventi, emozioni o attività. Le metafore di questo tipo sono moltissime. Si possono menzionare le metafore di entità e di sostanza, quelle che implicano una concettualizzazione di esperienze come con­tenitori (ad esempio il campo visivo è un contenitore), e le metafore di personificazione. Lakoff e Johnson considerano ad esempio, rispetto al primo tipo, l'insieme di metafore riconducibili alla metafora ontologica "LA MENTE È UN'ENTITÀ". Collegate a questa troviamo espressio­ni che ci dicono che la mente è una macchina come "la mia testa oggi non funziona", "Oggi sono un po' arrugginito"; espressioni che si rife­riscono alla mente come un oggetto fragile; ad esempio "sto andando a pezzi", "ha ceduto sotto interrogatorio". Metafore come queste sono molto comuni e vengono considerate ovvie.
   Il modello base di Lakoff e Johnson ha avuto diversi sviluppi. Uno dei più interessanti è quello proposto da Grady et al. (1999, "Blending and Metaphor", in R. W. Gibbs, G.J. Steen (eds.), Metaphor in Cogni­tive Linguistics, Amsterdam-Philadelphia, Benjamins) i quali, sulla ba­se della nozione di blending di Fauconnier e Turner (1996, "Blending as a Central Process in Grammar", in A.E. Goldberg (ed.), Concep-tual Structure, Discourse and Language, CSLI Publications, Stanford (CA)), hanno sostenuto che una metafora probabilmente più che met­tere in corrispondenza due domini diversi, tende a mescolarli. Proprio questa mescolanza è l'aspetto vitale delle metafore. metalèpsi o metalèssi (s.f.) Si ha quando il traslato che sostituisce un ter­mine è prodotto da passaggi impliciti tra più nozioni che stanno l'una risptetto all'altra in rapporto in quanto sineddochi, metonimie, metafo­re, o perché esse sono alternative e coesistenti. Esempi: guadagnare il pane col sudore della fronte: sudore > fatica > lavoro; fronte è sineddo­che di corpo. Espressione di Virgilio: post aliquot aristas 'dopo alcuni anni': arista 'resta di grano' > spiga > grano > raccolto > estate > anno. C'ha molti giòbbia sle spall 'ha molto giovedì sulle spalle, ha molti an­ni'. Lausberg osserva che la metalessi, come errore, è caratteristica di molti — calchi.

Dizionario di retorica par stefano arduini & matteo damiani. 2014.

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